Oltre il referendum c’è la Spagna
Le ragioni che spingono a progettare cambiamenti delle regole elettorali, di solito riflettono interessi di bottega. Questo non significa, però, che il tema non sia oggettivamente rilevante. Tra i meccanismi in discussione, oltre al ritorno al maggioritario a tre quarti richiesto dai promotori del refendum che pare abbiano raggiunto le firme necessarie (ma è difficile superino l’esame di ammissibilità), c’è il sistema spagnolo, che fu a suo tempo al centro dei colloqui tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni.
6 AGO 20

Un meccanismo di questo genere, seppure formalmente proporzionale, favorisce il bipolarismo, perché nella maggior parte dei collegi, dove ci sono eleggono pochi parlamentari, questi vengono attribuiti quasi tutti ai partiti maggiori. Una delle ragioni che indussero a preferire questo meccanismo è il vantaggio che attribuisce alle formazioni a base territoriale, come Convergencia y Uniò in Catalogna, e che, trasferito in Italia, assicurerebbe una rappresentanza consistente non solo alla Lega, ma anche a eventuali formazioni meridionalistiche. Il numero ristretto di candidati presentati nei singoli collegi permette di superare le critiche sollevate, nell’attuale sistema, dal listone nazionale stilato dalle segreterie dei partiti. In questo modo la vocazione maggioritaria delle due formazioni di raccolta sarebbe confermata, senza mortificare le espressioni territoriali. Se poi la riforma elettorale fosse accompagnata dall’auspicata riduzione del numero dei parlamentari, l’effetto sarebbe ancora più netto.
Naturalmente nessun sistema è perfetto, le formazioni minori a base nazionale si sentirebbero sottostimate, anche se non sarebbero escluse dalla rappresentanza, perché otterrebbero seggi nelle ciroscrizioni metropolitane. Se l’obiettivo della riforma è perfezionare il bipolarismo, è possibile farlo. Se si punta invece alla disgregazione del bipolarismo, si può solo tornare all’antico.